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Franco Pullara


L’ARTE DI FAR RIDERE INTERVISTA A GIOVANNI NANFA
Terza Pagina

L’ARTE DI FAR RIDERE INTERVISTA A GIOVANNI NANFA

Giuseppe Maurizio Piscopo

La carriera da professionista inizia nel 1974 (nei 5 anni precedenti si esibisce a livello amatoriale in quanto impegnato negli studi universitari che si concludono nel 1974 con la laurea in lettere classiche con 110 e lode) come coautore dello spettacolo cabaret della prima compagnia di teatro Cabaret dell’Italia Meridionale “I Travaglini”. Lo spettacolo dal titolo: “Nodi, legami e pendagli da forca” diventa anche l’esordio come attore a fianco di Gigi Burruano, Alda Bruno ed Enzo Fontana con la regia di Antonio Marsala. Collabora con la Rai siciliana con un programma radiofonico domenicale dal titolo: “Radio Italia Marconi” che dopo un fortunato ciclo di 4 mesi verrà trasformato per la casa editrice Ariete in un gustosissimo testo umoristico firmato insieme a Bibi Bianca. Negli ultimi trent’anni è stato, e continua ad essere, campione di incassi e l’autore di teatro brillante più prolifico in Sicilia: 46 testi tra cabaret e commedie. Intensa l’attività televisiva tra “Grand Hotel Cabaret” e “Insieme”. Tra i riconoscimenti: nel 1998 “Uomo dell’anno”; nel 2003 “Il satiro bronzeo”; nel 2009 il Premio alla carriera “Aci Galatea e il Premio internazionale Sicilia “Il Paladino”; nel 2017 il Premio nazionale “Federico II di Svevia”. Dal 2008 ha dato vita alla casa editrice Edizioni AVIA.

Giovanni Nanfa è un personaggio colto e raffinato, molto amato dai siciliani.

Quando e come nasce una prima idea di comicità nella tua vita?

Nell’adolescenza, durante il tragitto per raggiungere piazza Verdi dove era ubicata la scuola media “Vivona” di Palermo, amavo intrattenere alcuni compagni con aneddoti inventati che suscitavano la loro ilarità. Funzionava tanto che era diventato il mezzo ideale per ammazzare il tempo lungo il quotidiano percorso di circa un chilometro. Per rimozione riaffiora il ricordo di un padre che si ritira a casa molto nervoso e lancia a terra un posacenere di cristallo che rimbalza sul pallone col quale il figlio sta giocando e lo colpisce in testa quasi a punirlo per il suo gesto. È probabile che già allora io avessi una capacità narrativa coinvolgente, ma è anche vero che, in un contesto che invitava a risolvere la noia della ripetitività, un aneddoto poteva far ridere al di là delle sue potenzialità comiche.

  Come eri da bambino? Cosa ti faceva ridere di più?

Molto timido. Mi faceva ridere la comicità di situazione perché non era ancora attrezzato per apprezzare le battute o i paradossi.

Ricordi i tuoi compagni, il tuo maestro, l’atmosfera di quel tempo della tua infanzia?

Ho frequentato la scuola elementare “Luigi Capuana” e, durante il quinquennio si sono alternati tre insegnanti dei quali non faccio fatica a ricordare i nomi perché mi legano a loro molti bei ricordi: la maestra Peralta, il maestro Velardita e il maestro Inguì. In quegli anni, forse influenzato dalla straordinaria capacità di mio padre nel cambiare registro e alternare il serio e il faceto, ho acquisito una teatralità non comune che, ancora oggi, sono in grado di documentare. Durante la ricreazione, che si svolgeva in classe, distribuivano a tutti gli alunni pane e cotognata e, subito dopo, per le merende rimaste degli assenti, l’insegnante le assegnava a chi si comportava meglio nei minuti successivi. Vincevo quasi sempre perché riuscivo a mettermi una faccia di culo che persuadeva subito l’insegnate di turno. Quella faccia deve essere stata la chiave del mio successo. Dopo un quarto di secolo, nel pomeriggio di mercoledì 13 maggio 1981, mentre cominciava a circolare la notizia dell’attentato a Papa Wojtyla, mi trovavo dietro le quinte del Teatro Biondo insieme agli indimenticabili Cavernicoli. Mi avvicinò uno dei tecnici e esordì all’incirca così: “Mia moglie ride con lei più che con Walter Chiari, Beppe Grillo e Gino Bramieri. E sa perché? Lei avi a facci i’ fissa”. In quasi mezzo secolo di carriera rimane ancora oggi il complimento più incredibile, ma anche il più sentito perché gli si leggeva in faccia che non intendeva fare una battuta.

 

Bisogna diffidare di chi non ride mai. Quanto c’è di vero in questa affermazione?

Più che diffidare, bisogna essere comprensivi con chi non ride mai. Si tratta di persone prive di senso dello humour perché sin dai primi mesi di vita è stata loro negata l’area del gioco senza la quale, purtroppo, ogni essere umano vegeta, ma non vive. Non è un’affermazione esagerata perché esistono studi di indubbia affidabilità che confermano l’assenza di mobilità del punto di vista nelle persone che non hanno il dono del senso dell’umorismo. La loro visione del mondo è univoca, non dubitano mai delle loro opinioni, non colgono neppure i doppi sensi. Il loro contributo alla società e pressoché inesistente sia in ambito creativo che culturale, ed hanno serie difficoltà a lavorare in gruppo per la suscettibilità che li caratterizza. Spesso si identificano con gli introversi.

Che cosa pensi degli scherzi da prete, ne hai mai fatti?

Sono un po’ come la satira, se vengono fatti bene e suscitano una sana ilarità senza umiliare la vittima, diventano gioco allo stato puro perché non hanno nessun fine utile. Non sono mai stato bravo nella creazione degli scherzi, ma non mi tiro indietro quando c’è da partecipare. Da ragazzino, in via Giovanni Pacini, una strada di Palermo nei pressi del Tribunale, mi aggregavo alla squadra che organizzava lo scherzo del cappello indirizzato a persone anziane. Legavamo una fune lunghissima ad una pietra per lanciarla al di là del cavo della luce che attraversava la strada. Ad una estremità legavamo una molletta per la biancheria, l’altra la teneva in mano uno di noi nascosto dietro l’angolo della strada o dentro un portone. Appena passava il malcapitato con il cappello, il più esperto della combriccola lo sorprendeva alle spalle attaccandogli la molletta alla falda posteriore del cappello e dandosi alla fuga a gambe levate. In quell’istante veniva tirata la fune e il cappello cominciava a volteggiare nell’aria. L’aspetto più crudele, ma divertente, era il tentativo goffo del poveretto di recuperarlo ogni volta che mollavamo la fune per dargli l’illusione di poterlo prendere. Lo scherzo si concludeva con l’intervento generoso di qualche passante che, seguendo il percorso della fune, ci raggiungeva e ci chiedeva o imponeva di smetterla.

  Ti piacciono i tre film di Mario Monicelli “Amici miei”?

Geniali. Sono la dimostrazione più convincente che la goliardia, esercitata da grandi attori e gestita da un grande regista, diventa arte.

Perché i palermitani non festeggiano il Carnevale? Forse hanno una visione tragica della vita?

Si tratta di un tema molto complesso perché negli anni ‘50 e ’60 sfilavano persino i carri in Città. Poi, è diventato nel tempo un’esclusiva di Termini, Sciacca e Acireale. Presumo che in una Palermo multiculturale già allora questa festa coinvolgesse solo una parte della città. Pertanto, questo graduale disinteresse non è stato mai avvertito come una perdita, ma come frutto del cambiamento. Escludo la componente tragica nella visione della vita del palermitano, perché nei secoli ha assunto una epicurea atarassia, componente di tutta la Magna Grecia, che lo spinge a futtirisinni come dimostrano i nostri detti “Bon tempu e malu tempu ‘un dura sempri un tempu”, “Passari avi!”, “N’amu vistu peggiu”.

È più facile fare ridere o piangere?

È una domanda retorica perché conosci la risposta. Per rispondere non basterebbero cento interviste perché è un tema caro alla cultura di tutte le epoche, ma si può eludere il problema esaminando i testi di una tragedia greca e di una commedia di Aristofane. L’autore tragico non inventa nulla perché rappresenta fatti tragici presenti già nell’epica con splendidi versi capaci di suscitare emozioni forti nel pubblico. Aristofane con la sua fantasia crea situazioni paradossali che, come ha dimostrato a Siracusa l’ultima edizione delle Rane con Ficarra & Picone, riesce ancora a suscitare il riso del pubblico. Il testo comico, in qualsiasi epoca, è una continua scommessa perché ha l’obbligo di interpretare tendenze, modi di vivere, temi di attualità. Quando non ci riesce sono problemi seri anche per comici di riconosciuta esperienza. Il tragico fa piangere rappresentando drammi umani che, quasi sempre, insistono sugli stessi cliché.

A chi ti ispiri quando reciti in teatro?

Ho sempre provato a non avere modelli di riferimento. Qualche spettatore mi lusinga sostenendo che racconto le barzellette con lo stile di Walter Chiari e che, sia nella prosa brillante che nel cabaret, ho una duttilità simile a quella di Proietti. La mia risposta è sempre la stessa: l’unica caratteristica che ho in comune con questi grandi è la longevità della carriera.

Chi sono per te i più grandi comici italiani?

I miei gusti sono condizionati dalle mie competenze pratiche e teoriche. Pertanto, qualche giudizio potrebbe apparire insensato.

Per esempio?

Lino Banfi, a mio avviso, non è mai stato un comico. Lo trovo più a suo agio nei ruoli seri. Pippo Franco è un eccellente caratterista, ma non un comico. Il teatro italiano ha una serie di attori brillanti di grande spessore, che, tuttavia non possono essere considerati dei comici. In sintesi, un testo comico non fa un comico, un vero comico fa ridere anche se legge il telegiornale. Il comico di razza crea un campo emotivo anche se risponde ad un’intervista o se commenta un fatto soltanto con lo sguardo.

Qualcuno ha scritto che i comici sono benefattori dell’umanità, che ne pensi?

La definizione è molto enfatica, ma vuole sottolineare la capacità sia della comicità che dello humour di mettere in evidenza la distanza tra il mondo com’è e come dovrebbe essere. In pratica, la comicità tenta costantemente di dimostrare che il mondo può essere cambiato.

Ti piace la comicità di Ficarra e Picone?

Trovo che sia la più efficace e intelligente da almeno un decennio. I loro pregi sono innumerevoli. Non sono mai prevedibili. Scrivono testi molto originali per il teatro e per il cinema. Sono trasversali perché coinvolgono spettatori eterogenei per età e cultura. Hanno una sintonia che difficilmente si trova nelle coppie di comici.

E la comicità di Totò?

Fa scuola da più di mezzo secolo perché coniuga la comicità di parola con quella di situazione in modo impeccabile. La mimica è, inoltre, unica. Totò riesce a gestire il suo corpo come se fosse un manichino. Resterà chissà per quanto tempo un modello inimitabile.

Gli amici miei di Cammarata mi hanno confidato che ti hanno adottato, che ti vogliono un gran bene e che ti hanno chiamato per tanti anni di seguito. Com’è nato questo amore?

Circa vent’anni fa, mi hanno invitato per animare un concorso canoro interminabile che gli interventi comici riuscivano ad alleggerire egregiamente. Dall’anno successivo l’esperienza si è ripetuta più volte.

 

Quali sono le maggiori difficoltà che incontra un comico in questi anni?

Il primo problema è rappresentato dai testi. Senza autori validi un comico scompare dalla scena come una meteora. Il secondo problema lo può risolvere da solo leggendo molto e provando ad acquisire una serie di tecniche e di strategie per migliorare le performance. Il terzo, ma non meno importante dei primi due, è il canale di comunicazione col pubblico. Se un comico esordisce e cresce in ambito televisivo, senza una consistente esperienza teatrale avrà serie difficoltà nello spettacolo dal vivo.

 

Quali preferisci dei tre termini: professore, attore, direttore artistico o capocomico?

Nessuno dei tre. Preferisco che gli estranei mi chiamino signor Nanfa piuttosto che professore o direttore. Non sopporto, infine, che mi si chiami maestro, un titolo che si attribuisce tanta gente presuntuosa e che dovrebbe essere usato solo per Gesù Cristo o per Socrate, a meno che non si tratti di musicisti.

Hai mai fatto del Cinema?

Solo una volta su invito del figlioccio Salvo Ficarra. Ho avuto la fortuna di interpretare il ruolo dell’avvocato in Nati stanchi. Malgrado quella scena sia stata messa in onda dalle reti nazionali un numero esagerato di volte, non ho mai voluto ripetere l’esperienza perché amo vedere i film, ma non essere tra gli interpreti.

 

Come va l’esperienza del Teatro Jolly a Palermo?

Eccezionale. La prima ministagione è stata lanciata nella primavera 2013 e nella campagna 2017/18 viaggiamo spediti verso quota 2.500 abbonati. Considerato il numero dei posti, abbiamo nove repliche per ciascuno degli 11 spettacoli in cartellone e gli abbonati, nell’arco di due settimane, hanno l’opportunità di cambiare turno. Inoltre, grazie alla Nomos Jazz di Catania, negli ultimi tre anni abbiamo ospitato i big del jazz mondiale che vengono conquistati dall’acustica del Teatro, che, secondo gli addetti ai lavori, è la migliore in Italia.

Come ti senti quando sei fuori dal palcoscenico, insomma nella vita normale?

La stessa persona. Questa coerenza è stata sempre avvertita dal pubblico come un pregio, ma per me negli ultimi quarant’anni non è stato difficile conciliare i ruoli di uomo di teatro, insegnante, marito e padre mantenendoli separati. Questa disinvoltura mi ha aiutato a non alimentare rimpianti per le scelte obbligate che l’attività teatrale costante mi ha imposto.

Qual è il miglior pregio dei siciliani ed il peggiore difetto?

Il pregio per eccellenza è la teatralità. Il difetto più evidente l’indecisione.

Che ne pensi di Achille Campanile e di Ennio Flaiano?

Li suggerisco ai nuovi comici come autori da leggere. Il primo per il gusto e per lo straordinario senso dello humour. Il secondo per l’eccezionale capacità narrativa e per la gestione dell’ironia.

  Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

La pubblicazione del mio primo romanzo che ho ultimato due anni fa e che per pigrizia e per gli impegni del teatro ho lasciato nel classico cassetto. Il progetto più ambizioso riguarda un circuito regionale di teatro brillante. L’impegno più gravoso è quello di scrivere alcuni degli spettacoli del cartellone perché, come è emerso durante l’intervista, se non fanno ridere sono dolori per tutti gli artisti e i tecnici che lavorano in teatro.

 

12 agosto 2017

Autore

Franco Pullara


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