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“QUESTO VI COMANDO: CHE VI AMIATE GLI UNI GLI ALTRI”

gesùDal Vangelo secondo Giovanni In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri». Parola del Signore

L’osservanza dei comandamenti da parte dei discepoli, possibile perché Gesù stesso ha osservato quelli del Padre, genera la pienezza della gioia del Signore e quindi la pienezza della gioia in ognuno di noi. Nei versetti appena letti Gesù ricorda qual è il comandamento che occorre osservare «che vi amiate gli uni gli altri. Nessuno ha un amore più grande di questo dare la vita per i propri amici». Potrebbe sembrare che Gesù parli qui un linguaggio iperbolico: dare la vita cioè darsi tanto da fare per i propri amici. Chi sarebbe veramente disposto a morire per i propri amici? Gesù, fra un paio di capitoli verrà arrestato, giudicato, condannato e crocifisso per i propri amici, cioè per coloro che lo seguono da tempo, per le persone che ha amato perché gli sono state date dal Padre. Ma questo “per” può essere inteso anche come un complemento di causa: a causa dei propri amici. Non bisogna dimenticare che  in Giovanni la gesutrama contro Gesù inizia ad essere intessuta dopo la resurrezione di Lazzaro, dopo che Gesù ha salvato dalla morte il suo amico. Ecco perché è lui il primo a morire per i propri amici. Non solo c’è chi l’ha fatto, ma lo stile di Gesù nel morire diventa un modello. Gesù spiega anche qui il senso profondo del gesto che di li a poco dovrà subire: la sua morte va compresa come il segno più profondo e stupendo dell’amore per l’uomo. È questo il punto centrale che viene nuovamente sottolineato in questi versetti, che in puro tratto giovanneo tornano come spirali ascendenti su passaggi che ci sembrano già uditi, ma in realtà cercano di innalzarci. Il punto è Gesù modello della sequela. Siamo amici, siamo figli. Gli assomigliamo, possiamo assomigliargli sempre più, possiamo seguire il suo modello, metterci nella stessa scia. Per chi segue, l’oggetto dello sguardo non è l’orizzonte vuoto ma la persona che ci sta davanti. Se per Giovanni la gloria di Dio si manifesta già a partire dall’innalzamento sulla croce, allora anche la sequela appassionata di uomini e donne che donano la propria vita, disposti a morire per i propri amici diventa manifestazione della gloria di Dio, anche noi possiamo diventare segno splendente della sua bellezza. (laparola.it)

Pace e bene

Fra Giuseppe Maggiore

19 maggio 2017

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