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“Storie di Resilienza” Premio e titolo di “Role Model” alla professoressa Wilma Greco
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“Storie di Resilienza” Premio e titolo di “Role Model” alla professoressa Wilma Greco

C’è anche la professoressa Wilma Greco, docente dell’Istituto Alberghiero “Ambrosini” di Favara, nella sezione carceraria di contrada Petrusa, tra le premiate al Concorso “Storie di Resilienza”, indetto da INDIRE che si è svolto a Firenze, presso l’Istituto degli Innocenti. Il premio ha ufficialmente riconosciuto a 25 persone di ogni parte d’Italia il ruolo di “Role Model”, figura di riferimento istituita dalla direzione Generale  Education, Youth, Sport and Culture della Commissione Europea,  per sostenere la lotta alla radicalizzazione e alla discriminazione sociale.  I “Role Model” designati e premiati a Firenze, sono portatori di esperienze diverse. I temi individuati, migrazione, carcere, disabilità, abbandono precoce degli studi.

Premio professoressaWilma Greco, è autrice di un racconto, che ha scritto insieme a Raffaele ex detenuto ed ex studente della scuola, ora executive chef in un rinomato locale della provincia. “E’ la storia di riscatto sociale – ci dice – di esempio di scuola non come semplice momento di “evasione” dalla routine della cella, ma come luogo in cui il dettato costituzionale della  rieducazione e l’inserimento lavorativo della persona ristretta cominciano a concretizzarsi, luogo della riconquista del rispetto di se stessi e della fiducia degli altri dopo il carcere”. Educare alla resilienza, questo è quanto la professoressa Greco fa da diversi anni nel carcere, da poco intitolato a Pasquale Di Lorenzo. “Resilienza” non è solo capacità di resistere, ma anche di ricostruire  il proprio percorso di vita, trovando una nuova chiave di lettura di sé, della società, dello Stato, dei valori morali. “È resiliente, pertanto, chi è disposto al cambiamento, chi è disposto a pensare di avere in qualche modo sbagliato e si dà la possibilità di correggere la propria rotta e generare nuove possibilità, per se stesso, il proprio figlio, i propri cari e il tessuto sociale in cui è immerso”. Così si legge nel racconto premiato, ma l’autrice aggiunge: “Insegnare in carcere, con pochi mezzi, talvolta senza gessi né lavagne né libri, ha anche a che fare con il “sogno” di una società più inclusiva e accogliente, con la “contaminazione” di chi sta fuori  per poter cambiare chi sta dentro, dietro le sbarre; lavorare in modo da aumentare le opportunità per tutti e per ognuno”.


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16 aprile 2018

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