9187076-un-portabandieraEra il 3 giugno 2010. Quel giorno pubblicammo un articolo dal titolo “Favara: indignarsi è un dovere” con il quale tentavamo di svegliare la coscienza di qualche lettore nella remota speranza di abbandonare l’atavica rassegnazione tipica della gente del Sud.

L’allora sindaco Mimmo Russello aveva costituito la sua terza giunta che fu destinata a naufragare nel volgere di alcune settimane. Era ancora viva la tragedia della morte delle due sorelline Bellavia, il problema del centro storico era esploso nella sua drammaticità. Furono abbattute centinaia di abitazioni fatiscenti, evacuate intere e numerose famiglie, transennate decine di strade, vicoli, viuzze e nei punti più pericolosi furono apposte anche le palizzate.

Ancora oggi il paese è rimasto quello di tre anni fa, salvo la rocambolesca riapertura di alcune arterie vitali per il traffico automobilistico come la via San Calogero che ha assunto le sembianze di un vecchio quartiere arabo e la via Umberto su cui ancora domina, nel luogo della tragedia, l’imponente platea di contenimento sovrastata dalla mostruosa parete di ferro, divenuta un simbolo a perenne memoria di come l’ignavia politica e l’indifferenza burocratica possano ridurre nel totale abbandono uomini, donne, ricordi e affetti.

Nel giugno del 2011 il testimone della guida del Comune passò a Sasà Manganella, indicato da un variopinto accordo di partiti   che si autodefinirono “coalizione di responsabilità”, una specie di Comitato di Liberazione post-bellica  che si presentò al popolo come momento di riscatto per la riconquista della dignità e del diritto di piena cittadinanza. Proclami e solenni promesse durate il volgere di qualche mese. Ma se fosse anche vero che una complice  congiuntura economica regionale e nazionale ha fatto morire sul nascere le legittime aspettative di un popolo, non possiamo tacere sull’inefficienza della nuova classe dirigente che si è sbriciolata al proprio interno con un comportamento identico a quella passata, salvo qualche rarissima eccezione.

Favara è il simbolo, il portabandiera di tante improduttive amministrazioni della nostra provincia. Come dire che se Favara piange, altrove non si ride. Acqua, rifiuti, viabilità, traffico, sporcizia stradale, aumenti di tasse, povertà, disoccupazione, caos amministrativo, isolamento istituzionale, partiti che appaiono e che scompaiono, un consiglio comunale che approva quel tanto per non essere sciolto, e adesso una nuova giunta sconosciuta ai più. Ma dov’è finito il cambiamento?

Le elezioni regionali hanno cambiato la geografia politica siciliana? Se si diamogli addosso. Se l’attuale sindaco non è ritenuto capace, i consiglieri hanno il dovere di mandarlo a casa. Se non lo fanno dimostrano di essere peggio dei loro predecessori. Mentre nell’aula consiliare si straparla o si passa da un partito all’altro con buona pace della coerenza politica, il popolo soffre la fame, i giovani, quelli più disperati,  prendono la via dell’emigrazione, la povertà rientra nelle case e ci rimane, si acuisce la solitudine degli anziani. Sarà un paradosso, ma il sindaco viene eletto dal popolo e ha il dovere di tentare tutte le strade. Ma se il consiglio, anch’esso eletto dal popolo, decide di sfiduciarlo, si assumerà una responsabilità “politica” collettiva che difficilmente potrà essere criticata. Diversamente a farla da padrone tornerà ad essere il tormentone di sempre: il maledetto gettone di presenza.

Purtroppo non è fuori luogo pensare alle imminenti elezioni politiche. Destra e sinistra hanno appoggiato un governo tecnico forse per tirare un respiro. Hanno approvato tutto quanto è stato loro imposto e alla fine si sono accorti di essere caduti in una trappola pericolosa. Hanno avallato una macelleria sociale che ha portato maggiore disoccupazione, incertezza sul futuro, le pensioni a rischio dopo una vita di lavoro, aumento insopportabile delle tasse. Ieri sera in una nota trasmissione televisiva il conduttore ha concluso dicendo che gli italiani non potranno sopportare un altro anno di sacrifici per far piacere ad una Europa che ci vuol togliere la dignità di sentirci italiani. Si riferiva a qualcosa di spiacevole? La situazione è molto seria.

I nostri eroi ancora non si rendono conto che scherzano col fuoco.