Dal Vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

La sera di quel giorno, il primo della settimana, quel giorno di Pasqua, abbiamo assistito inermi, scoraggiati, con sgomento alle ferite aperte del corpo di Cristo che siamo noi tutti. Lo Sri Lanka è scosso per gli attentati terroristici, chiese bruciate, morti di ogni età, ferite aperte in quel popolo punito dalla cattiveria dell’uomo.
In questa domenica dedicata alla Divina Misericordia urge un cuore aperto al perdono e alla pace.
Il giorno di Pasqua sui social circolavano le immagini del Cristo Risorto, l’immagine del popolo srilankese in lacrime per le perdite dei propri cari e quella dell’idiota di turno compiaciuto con un mitra in mano.
Urge perdono e pace, urge una mentalità aperta al dono della pace. Pace a voi, questo è il saluto del Risorto. Ma quale pace? Certamente non quella del mondo che scende a compromessi destinati a cadere perché non posti su saldi fondamenti, ma risultati di speculazioni che sanno di potere, di corruzione. Gli armamenti sono sempre più sofisticati e le armi sempre più diffuse, per le strade sperimentiamo violenza, la criminalità è sempre più organizzata e trova terreno facile, le religioni danno spazio agli integralismi che prima o poi manifestano atteggiamenti di chiusura. Si semina paura, si incita all’odio con leggi che armano la mano dell’uomo e con leggi che tolgono la libertà e la dignità. I politici oggi, usano un linguaggio che favorisce la discriminazione, la chiusura all’altro, che favorisce l’egoismo e autoreferenzialità che porta solo alla distruzione. Possiamo parlare di pacificazione, possiamo raggiungere un equilibrio tra forze diverse, una specie di Pax Romana, ma saremo molto lontani dalla vera pace che Cristo ci propone.
La chiusura non serve a nulla, i discepoli che stanno dentro il cenacolo perché hanno paura, si perdono gli incontri in strada con Cristo Risorto. Maria di Magdala e le donne, Tommaso e i due di Emmaus, fanno gli incontri più belli, perché sfidano la paura, vanno in strada. Rinchiudersi dentro significa non respirare, perdersi i colori e gli odori del creato, non vedere mai il sole. Un sole che ti riscalda il cuore, che fa luce sui tuoi pensieri che ti bloccano, ti rattristano, ti limitano nelle relazioni con te stesso e con gli altri.
Gesù ancora oggi ci propone l’incontro con lui, ci propone di toccare le sue ferite, di guardarle. Anche se nel Vangelo non sta scritto, il grande maestro Caravaggio descrive meravigliosamente questa scena facendo mettere il dito di Tommaso dentro il costato di Gesù, non sappiamo se Tommaso quel gesto l’abbia fatto davvero, sta di fatto che davanti a quelle ferite sentì dentro un amore indescrivibile tanto da esclamare “Mio Signore e mio Dio”. È l’espressione di chi ama una persona, sono le stesse parole dell’amata del Cantico dei Cantici.
Mio Signore e mio Dio è l’invocazione di chi sa riconoscere il Signore nell’Eucarestia, nel sacramento della riconciliazione e in tutti gli altri sacramenti, non dimenticando l’ottavo sacramento, i poveri.
Se la fede non si concretizza nelle opere non è fede. Riconoscere Cristo in ogni fratello con tutte le sue ferite è saper dire: “Mio Signore e mio Dio, tu che sei in ogni ammalato, fascia le mie ferite, tu che sei nell’assettato e affamato di giustizia, fa che possa stare accanto a te per lottare per i fratelli resi schiavi da leggi ingiuste. Tu che sei nel carcerato, insegnami a liberarmi dalle catene che non mi rendono umano, tu che ti sei fatto straniero, insegnami ad accogliere e farmi fratello di ogni essere umano”.
La fede se non contiene questo aggettivo “mio” non è vera fede, sarà religione ancorata a norme e principi del catechismo, osservata con la paura di incorrere ad una punizione divina, ma non è fede in Cristo. Fede è saper vivere la liturgia a servizio e a favore dell’uomo, mai contro la sua dignità e libertà è sapersi abbandonare al Signore e compiere la Sua volontà.
Noi apparteniamo a Lui, così come Lui appartiene a noi, presente nel mondo che ci circonda. Mio è il Signore, ma mio è anche ogni uomo e donna, mio come il cuore, il respiro… la vita. Mio come ogni cosa che mi permette di vivere.
Senza l’accoglienza de dono dello Spirito Santo continueremo a seguire i falsi profeti, ad essere distaccati dai veri valori. Se sappiamo accogliere il dono che il Risorto ci fa, sapremo dare respiro, vita a gesti autentici di apertura e di amore.
Soltanto il perdono e la misericordia potranno portarci alla pace, soltanto la disponibilità a “perdere” la vita ci rende possibile ottenerla. Non abbiamo altro scampo, non ci è data altra via se non quella della gioia, dell’amore vero… della Pasqua

Avatar
Architetto e appassionato di informatica. Lavora da anni nel campo della formazione mettendo sempre a disposizione nuove tecnologie per implementare l'efficienza e la qualità del proprio operato.