sabato, 14 Febbraio 2026
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    La finale di Coppa Italia contro i Campioni del Mondo, l’interesse del Napoli, l’intesa con Viciani, il contrasto con Rummenigge: i 70 anni di Pasquale Borsellino, centrocampista riberese del Palermo di Renzo Barbera

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    Pasquale Borsellino compie 70 anni e ripercorre la sua carriera nel segno del legame indissolubile che lo lega alla società rosanero: “Al Palermo solo ricordi belli. Veneranda mi disse che ero più forte di Tardelli, ma lo juventino era tre spanne superiore. Totò Vullo è un fratello che mi ha regalato il calcio. Avevamo tutte le carte in regola per il salto di categoria, ma peccammo di inesperienza”. L’ex numero 8 del Palermo dice la sua anche sul calcio attuale: “I tifosi non potevano chiedere una proprietà migliore del City Group. Il rosanero più simile a me oggi? Dico Palumbo. A Ribera siamo tutti contenti di Italiano, fra i migliori tecnici della Serie A insieme al mio ex compagno Gasperini. Stimo molto Allegri”.

     

    Partiamo dagli inizi nella sua Ribera. Che ricordi ha della sua primissima esperienza da calciatore?

    “A Ribera avevamo una grande squadra Juniores. Siamo arrivati per due anni di seguito alla finale regionale, un traguardo importante per tutti noi. Purtroppo, perdemmo entrambe le gare, ma fu comunque un’esperienza positiva che ricordo volentieri ancora oggi. La società ebbe anche la possibilità di giocarne una terza, ma io nel frattempo ero arrivato in prima squadra. Sono rimasto amico di tutti i miei compagni di quella Juniores: Vullo, Tornambè, Lo Brutto, Aquè, Cortese, Cufalo, Fauci, Russo, Rotolo, D’Anna, Vinci, Spallino, Caruana e tanti altri. Ci vediamo spesso ed è un piacere ricordare questo periodo della nostra vita”.

    Pasquale Borsellino, quarto in piedi da sinistra, ai tempi della Juniores del Ribera.

    Si ricorda il suo esordio in prima squadra?

    “Certo. Esordii il 26 gennaio 1972 in Ribera-Castellammare 1-0, campionato di Promozione. Non avevo ancora compiuto 16 anni e credo ci sia voluta un’autorizzazione eccezionale da parte della Federazione per farmi giocare. Per me fu un giorno speciale: ero già un appassionato di calcio e mi ricordo che in quello stesso campo, da piccolo, andavo sempre a posizionarmi dietro la porta nella speranza che qualche giocatore calciasse la palla fuori: era una delle poche occasioni che noi ragazzini di allora avevamo per dare un calcio al vecchio pallone di cuoio”.

    Nel 1972 venne ingaggiato in prestito dalla Primavera del Bologna, allora allenata da Giuseppe Vavassori. Come è maturata questa scelta?

    “Andai al Bologna quasi per caso. Allora abitavo a Palermo, dove frequentavo il corso di odontotecnico. Ricevetti una telefonata che mi informava di un provino dei rossoblù. Spinto dai miei zii, che credevano molto nelle mie qualità e mi sostenevano anche economicamente, decisi di prendere da solo il treno per Bologna e persi un giorno di scuola all’insaputa dei miei genitori”.

    Che ricordi ha del provino?

    “Arrivato al centro di allenamento del Bologna c’erano circa 200 ragazzi in prova. Non appena entrai in campo, Vavassori mi fece uscire dopo soltanto cinque minuti. Chiesi spiegazioni e mi disse che avevano già deciso di prendermi. Mi diede appuntamento al pomeriggio su un altro campo e lì incontrai la squadra Primavera del Bologna, in cui giocavano futuri campioni del calibro di Eraldo Pecci e Franco Colomba. Mi ricordo che a differenza di tutti gli altri ragazzi del Bologna, che avevano i calzoncini blu, io indossavo dei pantaloncini bianchi che mi ero portato da Palermo. Quando iniziammo a giocare mi accorsi subito dello spessore di quella squadra. Era diventato tutto semplice: passavo il pallone e loro si facevano trovare al posto giusto nel momento giusto, mi smarcavo e la palla mi arrivava direttamente sui piedi”.

    Come diede la notizia ai suoi genitori?

    “Quando i dirigenti del Bologna mi dissero che avrei fatto parte della loro squadra, mi invitarono a fare entrare in campo i miei genitori. Ricordo ancora le loro facce quando dissi loro che ero partito da Palermo da solo e che l’indomani avrei dovuto essere a scuola. Mi fecero chiamare mia madre da un telefono, e la notizia dell’ingaggio passò subito in secondo piano: era arrabbiata con me perché non ero andato a scuola (ride)”.

    Nel 1973, a soli 17 anni, venne acquistato dal Palermo a titolo definitivo. Si era avverato il suo sogno?

    “Si, anche se non fui considerato una prima scelta. Bologna e Ribera non trovarono l’accordo per il mio trasferimento ed io ero destinato a ritornare a giocare in Promozione. Nel frattempo, Totò Vullo e Roberto Aliboni erano stati venduti al Palermo in quella stessa sessione di mercato. Lo vennero a sapere i miei zii, che non avevano digerito il mancato accordo con i rossoblù e insistettero affinché la società mi inserisse nell’accordo che aveva portato i miei due compagni di squadra al Palermo. Alla fine, la spuntarono loro ed io diventai rosanero”.

    Ha sofferto il passaggio da una piccola realtà locale come Ribera ad una piazza storica qual era, ed è ancora oggi, il Palermo?

    “No, per niente. Anche perché io avevo dalla mia l’esperienza nelle giovanili del Bologna che aveva temprato il mio carattere: ho dovuto fare tanti sacrifici per giocare con i rossoblù e, come se non bastasse, ho dovuto lottare anche con i miei genitori che avrebbero voluto che studiassi e diventassi, se non un medico, quantomeno un odontotecnico”.

    Pasquale Borsellino in azione durante Modena-Palermo 0-1, nella stagione 1977-78.

    Qual è il suo primo ricordo al Palermo?

    “Quando Corrado Viciani mi convocò a 17 anni per il ritiro della prima squadra, prima dell’inizio della stagione 1973-74. Viciani è stato un innovatore sia dal punto di vista del gioco che da quello della preparazione fisica. Le sue idee erano simili a quelle che oggi porta avanti il grande Pep Guardiola: gioco corto, palla a terra, smarcamento e movimenti continui. In quel ritiro iniziò a farci fare l’interval training, ovvero 15 ripetute di 100 metri da fare sotto i 14 secondi, con ripartenza dopo 50 secondi. Per me e per gli altri giovani aggregati alla prima squadra, fra i quali Totò Vullo, Gaetano Longo e Paolo Chirco, queste ripetute erano una manna dal cielo, perché riuscivamo a farle nei tempi stabiliti da mister Viciani. Ma il ritiro non finì bene (ride)”.

    Perché?

    “Perché i giocatori della prima squadra facevano fatica e non presero bene le indicazioni di Viciani, che durante l’allenamento gridava loro di prendere esempio da noi ragazzini. A metà ritiro, i calciatori più esperti andarono a lamentarsi dal mister e quest’ultimo ci disse di fare le valigie e di tornare a casa. Chiedemmo spiegazioni, ricordandogli che eravamo stati i migliori nelle ripetute. Lui ci rispose, sorridendo, che avremmo dovuto lasciare il ritiro proprio perché eravamo stati più bravi dei giocatori della prima squadra. Oggi quando ripenso a questo episodio mi viene da ridere, ma allora mi crollò il mondo addosso: mi ero impegnato tantissimo, avevo ottenuto grandi risultati, ma dovevo abbandonare il ritiro”.

    Nello stesso anno, però, Viciani la premiò con la prima presenza in assoluto con la maglia del Palermo.

    “Si, giocai la mia primissima partita con la prima squadra nel 1973, alla Favorita, in un’amichevole contro la Svezia. Il mister mi fece partire addirittura da titolare ed io ero emozionatissimo: ricordo ancora la paura che provai solo al pensiero di giocare davanti a 25mila persone. Giocai soltanto un tempo, ma fu un primo vero assaggio del grande calcio, una grande iniezione di fiducia. Da quel momento in poi ho iniziato a crederci ancora di più. Continuavo a ripetermi che potevo farcela per davvero”.

    L’esordio in Serie B arrivò il 6 giugno 1976 in Atalanta-Palermo 2-0. In quella Dea giocavano il futuro campione del mondo Antonio Cabrini e Pietro Fanna, che avrebbe vinto lo storico scudetto del Verona nel 1984. Ci racconta quella giornata così speciale per lei?

    “Negli ultimi mesi di quella stagione, dopo l’esonero di Benigno De Grandi e l’arrivo in panchina di Tonino De Bellis, io passai in prima squadra e fui quasi sempre convocato. Allora la panchina era composta soltanto dal portiere di riserva e due giocatori di movimento, e il mister faceva giocare sempre l’altro che a turno andava in panchina con me. Quel giorno De Bellis mi fece alzare dalla panchina e mi disse di scaldarmi: il tempo sembrava non passare mai. Finalmente entrai al posto di Giacomo Vianello e giocai gli ultimi 18 minuti. Fu una bellissima sensazione: non un punto di arrivo ma sicuramente un punto di partenza. Subentrai anche nella partita successiva contro la Ternana e giocai l’ultima da titolare contro il Varese, dove sfiorai subito il gol colpendo un palo”.

    L’anno successivo il prestito all’Alcamo, in Serie C. Fu un passaggio necessario per la sua carriera?

    “Quando cominciò il ritiro estivo per la stagione 1976-77, io pensavo di poter fare qualcosa in più rispetto alle tre partite giocate dell’anno precedente. E invece, continuavo a non scendere in campo. Parlai con De Bellis, e insieme decidemmo per un prestito in Serie C. L’Alcamo allora era appena stato promosso dalla Serie D ed era alla ricerca di giovani per mantenere la categoria. Mi trovai molto bene anche con il Presidente Lauria, che mi fece sentire subito a casa. Purtroppo, retrocedemmo, ma io giocai tutte le partite e segnai anche un gol, con il Messina. Era un calcio completamente diverso dalla Serie B: giocavamo nel vecchio stadio Maroso, su un campo in terra battuta, e ovviamente il terreno non ci dava tante possibilità di tenere la palla a terra”.

    Il primo gol di Borsellino in Serie B, in Monza-Palermo 2-1.

    Tornato al Palermo con Fernando Veneranda, il suo primo gol in Serie B lo segnò il 12 febbraio 1978 a Felice Pulici, campione d’Italia con la Lazio nel 1974, in un Monza-Palermo che sarebbe finito poi 2-1. Che cosa ha provato quando ha visto il pallone gonfiare la rete?

    “Fu una grandissima emozione. Quel giorno era praticamente impossibile tirare in porta, dato che era piovuto tantissimo ed il campo era pieno di fango e pozzanghere. Per questo motivo, dovetti dribblare anche Pulici per depositare la palla in rete. Come se non bastasse, in quella partita mi marcava Angelo Anquilletti, l’unico giocatore capace di vincere la Coppa dei Campioni sia con il Milan che con l’Inter. Di quel giorno ho conservato due fotografie: la prima è un ingrandimento dell’azione del gol regalatami da un mio amico, l’altra è una foto con Anquilletti, che faccio spesso vedere con orgoglio ai miei amici rossoneri”.

    A proposito di gol, la sua rete più ricordata dai tifosi del Palermo è quella del momentaneo 1-2 nella partita contro il Torino di Pulici e Graziani, valevole per i gironi di Coppa Italia 1979 e finita poi 1-3. Fu una vittoria storica, dato che i rosanero non battevano i granata in casa da ben 46 anni. Lei e i suoi compagni vi siete resi subito conto di quello che avevate fatto?

    “Si, il Torino aveva vinto il campionato nel 1976 e in quel periodo battere i granata al Comunale era un’impresa anche per le squadre di Serie A. Il Toro aveva anche il vantaggio della classifica, perché si trovava ad un punto di vantaggio su di noi a due partite dalla fine. Io ed i miei compagni eravamo ben consapevoli della difficoltà della gara, ma non vedevamo l’ora di affrontare questi campioni, tant’è vero che proponemmo alla dirigenza di dividere l’incasso dell’incontro solo in caso di vittoria. Allora, in Coppa Italia, le società avevano diritto agli incassi anche quando giocavano in trasferta e a Torino quel giorno c’erano almeno 20mila tifosi palermitani. Considera che quella è ancora oggi l’ultima vittoria del Palermo in casa del Toro in tutte le competizioni ufficiali…”.

    In quella partita giocò contro il suo vecchio amico Salvatore Vullo, al suo primo anno al Torino. Ci racconta un aneddoto?

    “La mattina del giorno della partita acquistai un giornale e lessi un articolo con la foto di Totò, in cui c’era scritto che avrebbe giocato titolare contro di noi. Con Totò eravamo cresciuti insieme calcisticamente, fra Ribera e Palermo, e ancora oggi siamo come fratelli. In quella gara Radice gli aveva affidato il compito di marcarmi e quando entrammo in campo e ci trovammo di fronte prima che il Torino desse il calcio di inizio, io lo provocai affettuosamente dicendogli che sarebbe stata una partita molto difficile per lui. Totò però non mi voleva fare male e non rispose ai miei contrasti come faceva di solito con gli altri avversari. Tuttavia, segnai soltanto quando Radice cambiò idea e mise a marcarmi Patrizio Sala. Non avrei mai fatto questo sgarbo a Totò (ride)”.

    Superato il Torino, batteste poi il Cesena nell’ultima partita del girone e vi qualificaste ai quarti di finale contro la Lazio. Avevate iniziato a crederci?

    “Noi ci abbiamo sempre creduto perché non avevamo nulla da perdere. La Lazio era una grande squadra anche per la Serie A, e aveva in rosa gente che aveva già vinto il campionato, come Wilson, Martini, D’Amico e Garlaschelli, e diversi giovani campioni in rampa di lancio, soprattutto Giordano, Manfredonia, e Tassotti. Riuscimmo a bloccarli sullo 0-0 sia a Palermo che a Roma, dove andammo ai rigori e vincemmo con il penalty decisivo di Andrea Conte. Dopo il passaggio del turno, siamo rimasti nella capitale tutta la sera per festeggiare. Ovviamente con il permesso di mister Veneranda, che era impazzito dalla gioia”.

    Poi le semifinali contro il Napoli.

    “Arrivati alle semifinali cominciammo a sentire un po’ di pressione, forse perché volevamo regalare ai tifosi del Palermo una finale di un torneo così importante come la Coppa Italia. Anche il Napoli, come la Lazio, era una grandissima squadra: c’erano Castellini, Bruscolotti e il grande centravanti Beppe Savoldi, oltre ad altri giocatori di altissimo livello come il nostro ex compagno Valerio Majo. Il Napoli molto probabilmente ci sottovalutò, anche se Valerio ci ha confidato anni dopo che nei giorni precedenti al doppio confronto aveva avvisato i suoi nuovi compagni della nostra pericolosità e li aveva messi in guardia dal sottovalutarci”.

    La formazione del Palermo che scese in campo nella finale di Coppa Italia contro la Juventus il 20 giugno 1979.

    Eliminati gli azzurri, arrivaste così all’atto finale della Coppa Italia, il 20 giugno 1979, al San Paolo di Napoli, contro la Juventus di Trapattoni. Fra i bianconeri c’erano sei futuri campioni del mondo del 1982- Zoff, Gentile, Scirea, Cabrini, Tardelli e Causio- ma voi riusciste a passare in vantaggio subito con Chimenti. Poi Brio all’83’ e Causio nei supplementari spensero i sogni rosanero. Si poteva fare di più?

    “Difficile, anche perché gli altri cinque, oltre a Brio e Boninsegna che entrarono dalla panchina, erano Morini, Furino, Benetti, Virdis e Bettega: praticamente stavamo giocando contro la Nazionale. Ho rivisto la partita anni dopo in televisione e obiettivamente ci siamo difesi per tutti i 120 minuti. Ai miei amici, però, io dico sempre che ho vinto la Coppa Italia perché mister Veneranda mi sostituì con Arcoleo sette minuti prima che arrivasse il gol del pareggio di Brio (ride). Noi eravamo una squadra di Serie B che giocava contro una squadra formata da calciatori che giocavano o avevano giocato per la nazionale italiana. Non avevamo quindi nulla da perdere, e infatti ce la siamo giocata con le nostre armi, per quelle che erano le nostre possibilità. Abbiamo dato tutto, ma avevamo di fronte dei marziani”.

    Come fu l’avvicinamento a quella partita?

    “Eravamo concentrati sulla finale, anche se sapevamo che sarebbe stata molto dura. Mi ricordo che mister Veneranda, la mattina della partita, mi disse che avrei giocato nella zona di Tardelli. Poi mi rassicurò dicendomi che io ero più forte del centrocampista della Juventus. Mi misi a ridere, ma sapevo che il mister voleva stemperare la tensione. All’ingresso in campo, prima dell’inizio della partita, andai a cercare Tardelli e mi misi in fila di fianco a lui. Fisicamente eravamo simili, ma a livello tecnico era almeno tre spanne sopra rispetto al sottoscritto. Per tutta la partita non l’ho mai visto, non sapevo dove fosse (ride)”.

    Cosa si porta dentro di quella finale?

    “L’attaccamento dei nostri tifosi e l’orgoglio del dottor Barbera. I tifosi rosanero ci raggiunsero a Napoli con tutti i mezzi possibili, e addirittura partì da Palermo una nave con più di diecimila nostri sostenitori. Il Presidente ci aveva promesso un ricco premio in caso di vittoria, ed alla fine della partita ci disse che era orgoglioso della nostra prestazione e ci diede comunque un premio simbolico per aver giocato a testa alta contro la Juventus”.

    Una formazione del Palermo nella stagione 1979-80.

    Al Palermo ha fatto parte di squadre molto forti. Parliamo di una rosa che in quegli anni poteva vantare, oltre a lei, i seguenti giocatori: Frison in porta; Vullo, Silipo, Citterio, Di Cicco e Cerantola in difesa; Maritozzi, Majo, Arcoleo, Brignani, Osellame, Magistrelli e Montesano a centrocampo; Conte, Chimenti, Magherini e Calloni in attacco. Cosa vi è mancato per centrare la promozione in Serie A?

    “La nostra miglior stagione in Serie B fu il 1977-78. Arrivammo sesti, a soli quattro punti dalla promozione in Serie A. Eravamo tutti giovani con grande voglia di affermarci, ma forse ci è mancata un po’ di esperienza. Molti giocatori di quel gruppo, infatti, provenivano come me dalla Serie C: Chimenti era stato acquistato dal Matera, Vullo aveva fatto un anno in prestito all’Olbia, Conte arrivava dal Barletta. Ad essere sincero, ci è mancato anche qualche gol in più da parte mia e degli altri centrocampisti, ad esempio Osellame, che aveva sicuramente le qualità per fare molte più reti. In squadra c’era però un grande bomber come Chimenti, che ha segnato anche per noi compagni. L’anno successivo avevamo tutte le carte in regola per puntare la promozione, ma abbiamo un po’ tralasciato il campionato per inseguire il sogno della Coppa Italia”.

    C’è stato un momento in cui, invece, è stato vicino alla Serie A attraverso il calciomercato?

    “Si, nel 1978 sono stato vicino al Napoli di Gianni Di Marzio, ma l’affare non si concretizzò perché il Palermo chiedeva 1 miliardo di lire, mentre il Napoli era disposto ad arrivare fino a 600 milioni. Io ci rimasi un po’ male perché avrei voluto giocare contro i grandi campioni della Serie A e al Napoli avrei trovato il mio amico ed ex compagno di squadra Valerio Majo. Dalla massima serie poi si fece avanti anche l’Udinese, ma anche in quel caso rimasi al Palermo. La sentenza Bosman sarebbe arrivata soltanto nel 1995, e allora il cartellino dei giocatori era di proprietà della società, che decideva indipendentemente dalla volontà dei calciatori. Anni dopo mi è stato riferito che, se Claudio Sala fosse andato all’Inter, il Torino avrebbe contattato la dirigenza rosanero per cercare di acquistarmi. Ma Claudio Sala rimase al Toro e chiaramente non se ne fece nulla”.

    Nel 1981, in seguito alla rottura con il Palermo, seguì il suo mentore Corrado Viciani alla Ternana. Ci parla della sua esperienza a Terni?

    “Ricevetti delle offerte da Brescia e Lecce in Serie B, ma quando Viciani seppe che avevo rotto con la società, venne a Palermo e mi convinse ad andare in Serie C con lui. Il mister stravedeva per me e a me piaceva tantissimo il suo modo di allenare e di gestire lo spogliatoio: lasciava liberi i suoi giocatori, ma ovviamente la domenica pretendeva il massimo impegno da tutti. Da un punto di vista esclusivamente razionale, scendere di categoria a 25 anni fu una decisione sbagliata. Tuttavia, a Terni io ho passato due anni bellissimi: mi piaceva molto la città, ero in simbiosi con l’allenatore e ho segnato anche tanti gol”.

    Se dovesse spiegare chi era Renzo Barbera ad un giovane che non lo ha mai conosciuto, che cosa gli direbbe?

    “Il dottor Barbera era una persona troppo elegante per fare il Presidente del Palermo, ed in generale per stare nel mondo del calcio. Era un uomo molto generoso che non si faceva nessun problema di soldi quando si parlava dei rosanero, e che ha meritato l’intitolazione dello stadio per tutto quello che ha fatto per questi colori. Trattava come dei figli i suoi giocatori e, in particolare, stravedeva per noi siciliani. Noi calciatori conoscevamo la sua famiglia e avevamo un rapporto di amicizia con i suoi figli. Potrei raccontarti tantissimi aneddoti…”.

    Tipo?

    “Un giorno mi vide in jeans e maglietta e mi diede un suo biglietto da visita. Mi disse di andare in un noto negozio di alta moda in centro a Palermo e di consegnarlo al personale. Ovviamente, mi disse anche che non avrei dovuto sborsare una lira, che avrebbe pensato a tutto lui. Abitavamo a pochi metri di distanza e ci vedevamo quasi ogni mattina in un bar frequentato da tanti tifosi rosanero. Il dottor Barbera pagava sempre la colazione a tutti quelli che erano al bar in quel momento, e c’era persino gente che aspettava il Presidente per venire a fare colazione (ride). Era fatto così, aveva un cuore d’oro”.

    Pasquale Borsellino e Salvatore Vullo al Palermo nella stagione 1977-78.

    Ha detto che Renzo Barbera aveva un occhio di riguardo per i calciatori siciliani. Per voi era difficile giocare nel Palermo?

    “Non era facile, perché sentivamo di più la pressione rispetto ai nostri compagni che erano arrivati a Palermo da tutta l’Italia. Eppure, ce la siamo cavata. Oltre a me, molti giocatori di quel gruppo della Primavera che arrivò in prima squadra nel 1973 si sono dimostrati all’altezza della situazione. Mi vengono in mente Totò Vullo, Paolo Chirco, Gaetano Longo e Francesco Ingrande, tutta gente che ha onorato la maglia rosanero fino all’ultima presenza. Ci rivediamo almeno una volta all’anno, anche con i vecchi compagni del Nord e del Centro-Sud, e ci piace ricordare tutte le cose belle che abbiamo vissuto insieme. Devo dire che eravamo un gran bel gruppo”.

    Cosa le manca di più del calcio che ha vissuto lei?

    “La cosa che mi manca di più di quel calcio è il rapporto umano. Il Palermo di allora era un ambiente abbastanza familiare, e fra di noi si era creato un legame che andava oltre il semplice rapporto di lavoro. L’allora segretario rosanero, Silvio Palazzotto, abitava nel mio stesso stabile e spesso andavamo fuori a cena insieme. Il dottor Barbera viveva a qualche metro di distanza. Noi calciatori passavamo molto tempo con i magazzinieri e gli impiegati della società, sia dentro che fuori dal campo. La gente mi fermava per strada e mi diceva di andare a letto presto perché il giorno dopo avremmo avuto una partita importante. Adesso non è più così, i calciatori sono dei professionisti e svolgono il proprio lavoro. Anche il modo di interagire con i tifosi è cambiato, e i rapporti con chi lavora nel club sono più formali”.

    Pasquale Borsellino e Karl-Heinz Rummenigge impegnati in Inter-Francavilla 3-1, Coppa Italia 1984-85. (foto tratta da Wikipedia)

    Nel corso della sua carriera ha avuto la fortuna di affrontare tanti campioni. Chi l’ha impressionata di più?

    “Oltre ai campioni della Juventus, ho giocato anche contro Giordano, Bigon, Pulici, Graziani e tanti altri. Ma quello che mi ha impressionato di più è stato Karl-Heinz Rummenigge. Quando giocammo contro io ero al Francavilla, in serie C1. Il sorteggio di Coppa Italia ci regalò una partita contro l’Inter a San Siro, il 29 agosto 1984. Quel giorno si infortunò il libero e l’allenatore Lamberto Leonardi mi chiese di sostituirlo, affidandomi anche il compito di marcare il tedesco. Rummenigge era impressionante dal punto di vista fisico, aveva due tronchi al posto delle gambe ed era anche velocissimo. Quando mi veniva incontro, ai miei occhi lo vedevo farsi sempre più grande. È stata l’unica volta in tutta la mia carriera in cui ho avuto paura di fare un contrasto con un avversario. Alla fine, però, ci riuscii, e mi è finita pure bene, perché non mi sono fatto male (ride)”.

    Dopo il ritiro, nel 1988, iniziò subito ad allenare le giovanili del Palermo. Quando ha deciso che “da grande” avrebbe fatto l’allenatore?

    “L’ho deciso nell’ultima parte della mia carriera. In quel periodo giocavo in serie D, e non condividevo molte delle idee che sostenevano i miei allenatori. Decisi quindi di intraprendere questa strada per applicare sul campo i miei concetti e la mia visione del calcio. Il Palermo cercava un mister per il settore giovanile ed io avevo appena finito il corso a Coverciano, anche questa volta insieme al mio grande amico Totò Vullo”.

     

    Borsellino alla guida della Berretti del Palermo. (foto di Massimo Miserendino)

    Come andò questa prima esperienza in panchina?

    “Il Palermo, che allora militava in Serie C1, mi affidò la Berretti, categoria obbligatoria per le squadre di terza serie. La società decise però di fare la richiesta per formare la squadra Primavera, che fu accolta dalla Federazione. Non vi era nessuna differenza di età fra le due classi, ma la Primavera, poiché era obbligatoria per i club di Serie A e Serie B, aveva ovviamente la priorità assoluta per la società. Così dovetti rinunciare a molti ragazzi talentuosi che abbandonarono la Berretti e andarono a rinforzare l’altra selezione giovanile. Fu comunque una bellissima esperienza, perché allenare il Palermo, in qualsiasi momento e a qualsiasi livello, era uno dei miei sogni dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. Chiaramente all’inizio non avevo nessuna esperienza da allenatore. Mi misi quindi a studiare il calcio di Arrigo Sacchi, studiai Eugenio Fascetti, lessi un sacco di libri e guardai un sacco di partite al videoregistratore per analizzare schemi, movimenti e tattica. Nel giro di qualche mese cominciai a farmi un’idea di quello che avrei voluto fare sul campo”.

    Nel 1991, dopo l’esonero di Enzo Ferrari, il Palermo la scelse come secondo di Gianni Di Marzio, alla guida della prima squadra. La stagione si chiuse con una vittoria sulla Lucchese che non bastò però ad evitare ai rosanero la retrocessione. Cosa non funzionò quell’anno?

    “Era una squadra a due facce: imbattuti in casa, zero vittorie in trasferta. La squadra era comunque importante per la Serie B, con giocatori forti per la categoria, tra cui Giacomo Modica, Roberto Biffi, Felice Centofanti e Antonio Rizzolo. Probabilmente ci mancò un altro goleador, oltre a Centofanti e Rizzolo, e in difesa abbiamo commesso qualche errore di troppo che ci costò molto caro. A livello tattico, Di Marzio difendeva ancora a uomo mentre quasi tutte le altre squadre erano passate alla marcatura a zona: non aver cambiato l’assetto difensivo, secondo me, ci procurò qualche svantaggio nel corso della stagione”.

    La retrocessione del 1991-92 è il suo ricordo più brutto al Palermo?

    “Non ho ricordi brutti in rosanero, solo belli. A livello personale fu pur sempre un’esperienza positiva, dal momento che prima di allora non avevo mai fatto parte di uno staff tecnico di una prima squadra. È ovvio che scendere di categoria faccia male, soprattutto perché ti rimane nella mente per un bel po’, ma nello stesso tempo anche le retrocessioni possono avere dei risvolti positivi, perché ti insegnano tante cose. Solo quando sbagli hai l’occasione di imparare davvero, perché sbagliando hai la percezione del danno che hai fatto e puoi capire come rimediare. Personalmente, fu un’opportunità per imparare a gestire meglio le partite e a correggere gli errori che spesso vengono commessi in campo”.

    Chi sono stati gli allenatori più importanti nel corso della sua carriera?

    “Te ne direi quattro: Tonino De Bellis, Alvaro Biagini, Fernando Veneranda e Corrado Viciani. De Bellis era l’allenatore che avevo in Primavera e lo devo ringraziare per avermi portato in prima squadra e per avermi fatto esordire in Serie B. Biagini mi insegnò tantissimo soprattutto dal punto di vista tecnico. Con Veneranda ho vissuto il periodo della mia affermazione: sotto la sua guida feci quella che probabilmente è stata la mia miglior stagione, nel 1977-78, e insieme sfiorammo la Coppa Italia nel 1978-1979. Viciani, come ho già detto, per me era come un secondo papà. Mi considerava centrale nei suoi schemi e io lo ammiravo per il suo modo di fare gli allenamenti e gestire la squadra. Ma vorrei ricordare anche un collega che è stato un allenatore in campo”.

    Prego.

    “Chi mi ha insegnato veramente a stare sul rettangolo da gioco è stato il mio compagno Francesco Brignani, scomparso purtroppo prematuramente. Francesco era un mediano, giocava dietro di me ed è stato fondamentale per la mia crescita. Praticamente mi pilotava in campo”.

    A proposito di allenatori, nella Serie A di adesso ci sono due mister che lei conosce molto bene: il tecnico della Roma, Gian Piero Gasperini, suo ex compagno al Palermo, e Vincenzo Italiano, riberese come lei, alla guida del Bologna. Cosa pensa delle loro proposte di calcio?

    “Stiamo parlando di due fra i migliori allenatori della Serie A, capaci di dare un’identità riconoscibile alle loro squadre. Di Gasperini posso dire che non sono sorpreso, ero sicuro che sarebbe diventato un grandissimo allenatore. Già venti anni fa rimanevamo tutti a bocca aperta quando parlava di calcio, poiché già allora aveva delle idee innovative rispetto al calcio che si giocava in quel periodo. Per quanto riguarda Vincenzo, tutti noi a Ribera siamo contentissimi per il fatto che abbia raggiunto questi livelli da allenatore. In Italia, soltanto 20 allenatori riescono ad arrivare nella massima serie, e Vincenzo, non solo è stato capace di raggiungere una panchina della Serie A, ma allena già da quattro anni, e con ottimi risultati, squadre che disputano anche una competizione europea. Io avevo già sentito parlare di lui quando era un ragazzino, ma negli ultimi anni ho avuto modo di conoscerlo meglio. Ho proposto agli altri membri di nominarlo socio onorario del circolo di cui faccio parte, a Ribera, e ho avuto anche il piacere di tenere il discorso della sua presentazione, nel corso del quale mi sono complimentato con lui per il suo gioco propositivo”.

    Ci sono altri allenatori che le piacciono in serie A?

    “Sono un grande estimatore di Massimiliano Allegri. La penso esattamente come lui: le grandi squadre non devono divertire, ma devono vincere. Per questo motivo, l’unica cosa che rimprovero a Vincenzo (Italiano ndr) è quella di difendersi poco. Tranne negli ultimi dieci minuti della finale di Coppa Italia contro il Milan (ride)”.

    Lei collabora con la scuola calcio gestita da Vincenzo Montalbano a Ribera. Qual è la prima cosa che insegna ai bambini?

    “Io insegno principalmente tre cose: il rapporto con la palla, il dribbling ed il tiro in porta. Non faccio altro, anche perché sono questi tre elementi a determinare il risultato di una partita. Credo che sia fondamentale insegnare la tecnica ai bambini perché la si impara soprattutto in quelle fasce di età, dai 9 ai 13 anni, ed è l’unica cosa che si ritroveranno negli anni. Soffermarsi sulla tattica è superfluo, anche perché ogni allenatore ha la sua, e così facendo si rischia di confondere i ragazzini. Ti confesso che man mano che passano gli anni stare sui campi per me diventa sempre più difficile, ma continuo a farlo perché è una passione: mi piace che i bambini si divertano a giocare a calcio e che siano felici di salutarmi quando mi vedono in giro per il mio paese. Sono cose impagabili che mi stimolano a continuare”.

    Fra le tante cose che ha fatto, anche un’esperienza da osservatore per Palermo e Reggina. Che tipo di lavoro è quello del ricercatore di talenti?

    “Ho fatto l’osservatore per circa una decina di anni e posso dirti che il mio approccio era completamente diverso da quello degli allenatori dei ragazzi che andavo a vedere. Vale anche qui il discorso che ho fatto prima: andavo alla ricerca del talento, senza guardare troppo agli schemi e alla tattica. È un lavoro soddisfacente che mi ha permesso di girare l’Italia e l’Europa alla ricerca di futuri campioni. Richiede tanto impegno e, soprattutto, tempestività, a maggior ragione quando sei in competizione con squadre come Milan, Inter, Juventus, Roma e Atalanta, molto organizzate sul fronte del calcio giovanile. Sia col Palermo che con la Reggina, noi dovevamo anticipare tutti e arrivare prima degli altri, altrimenti c’era il rischio di perdere il giocatore. Come mi è successo con un attuale giocatore della Nazionale…”.

    Chi?

    “Gianluigi Donnarumma. Lo vidi per la prima volta ad un torneo delle regioni che si disputò in Sardegna. Lessi la distinta e mi saltò all’occhio la sua data di nascita (25 febbraio 1999 ndr), poiché si trattava di una partita in cui avrebbero dovuto giocare i nati nel 1998. Chiamai il suo mister e gli chiesi perché avesse deciso di mandare in campo un 1999. Mi disse che la risposta l’avrei avuta guardando la partita. Lo vidi entrare in campo e capii subito che sarebbe diventato un campione: era altissimo e mostrava già grande sicurezza fra i pali. Terminata la gara, scesi in campo per contattarlo, ma era già del Milan. Non mi rimase altro che fare i complimenti al direttore rossonero”.

    Che ne pensa del Palermo di Filippo Inzaghi?

    “Innanzitutto, mi auguro che il Palermo vada in Serie A, preferibilmente dal campionato ma anche attraverso i play-off. Inzaghi è bravo, è uno specialista di promozioni e la squadra è ottima per provare a fare il salto di categoria. Tuttavia, molte volte non basta essere bravi e la rabbia e la determinazione hanno la meglio sulle capacità tecniche. Per andare in Serie A i giocatori devono metterci anche quella cattiveria agonistica che serve per vincere le partite. È ciò che è mancato col Mantova, ad esempio, dove la partita andava chiusa prima. Ma altre volte questa grinta c’è stata, come contro lo Spezia, partita sbloccata dopo soltanto undici secondi”.

    Qual è la sua posizione sulla cessione dell’ex capitano rosanero Brunori?

    “Condivido quello che ha detto Guido Monastra: i giocatori passano, il Palermo resta. E da Palermo sono passati giocatori migliori di Brunori. L’ex capitano rosanero non giocava ormai da due anni, e se due allenatori non lo tenevano molto in considerazione vuol dire che hanno visto le stesse cose. Obiettivamente, Brunori ha perso spazio quando è arrivato Pohjanpalo, ma se lui avesse meritato di giocare sia Dionisi che Inzaghi lo avrebbero messo in campo. Probabilmente anche lui non ha avuto la determinazione che invece lo ha contraddistinto nei suoi primi anni a Palermo”.

    Che ne pensa del City Group?

    “Penso che il Palermo non potesse desiderare proprietà migliore. I rosanero hanno un monte ingaggi di 25 milioni, il secondo della Serie B dopo il Monza. Si tratta di cifre da Serie A, e la mia impressione dall’esterno è che il City Group non badi a spese per riportare il Palermo in massima serie. In caso di promozione suppongo che queste cifre continueranno a crescere, dal momento che in A aumenterebbero anche gli introiti. Il giudizio è assolutamente positivo, anche dal punto di vista di vista dell’organizzazione. Ho avuto modo di constatare di persona che il livello della programmazione sia da società di Serie A navigata: la costruzione del Palermo Football Academy, il grande centro sportivo con sede a Torretta, ne è la prova”.

    In quale centrocampista del Palermo di oggi si rivede?

    “Probabilmente Palumbo è quello che mi assomiglia di più per caratteristiche tecniche”.

    Dove giocherebbe il suo Palermo oggi?

    “Il calcio si è evoluto e credo sia molto difficile poter fare dei paragoni fra epoche diverse. Ad esempio, i giocatori di oggi sono più strutturati fisicamente rispetto a noi. Dal punto di vista della tecnica, il calcio è diventato molto più veloce e si gioca in spazi più stretti rispetto agli anni Settanta e Ottanta, e tutto ciò costringe i calciatori di oggi ad essere più bravi con la palla. Forse il nostro calcio era più bello da vedere, anche perché dava molto più spazio ai giocatori talentuosi, ma ho molte difficoltà a collocare la nostra squadra nel panorama calcistico attuale: stiamo parlando di due periodi completamente differenti”.

    Pasquale Borsellino insieme ad altre vecchie glorie rosanero al “Barbera”. (foto di Pasquale Ponente)

    Chiudiamo con una domanda estremamente personale: quando è stata l’ultima volta che si è emozionato per il Palermo?

    “Per il 125esimo anniversario del club, il 1° novembre 2025, quando io e le altre vecchie glorie rosanero abbiamo fatto il giro di campo prima della partita casalinga contro il Pescara. Non ti nascondo che aver fatto parte della storia del Palermo è una cosa che mi inorgoglisce parecchio, e sono contentissimo che i miei due figli, Davide e Andrea, abbiano scelto di tifare per i rosanero. È stato emozionante ritrovare i vecchi compagni e incontrare, fra gli altri, campioni del calibro di Luca Toni, Javier Pastore e Amauri, giocatori più giovani di me, ma disponibilissimi a confrontarsi con tutti noi della vecchia guardia. Abbiamo anche portato bene al Palermo, tant’è vero che il presidente Mirri ci ha scherzosamente convocato per la partita successiva”.

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