Tra tanti difetti abbiamo il pregio di volerci bene.
Un semplice mal di testa ci basta per dare sentenze di morte. “E’ gravemente ammalato”.
E’ chiaro che non desideriamo la morte della persona, ma soffrendo sapendo delle sue sofferenze desideriamo per lui la fine radicale del suo mal di testa. Siamo fatti così. Ci preoccupiamo morbosamente degli altri al punto di esagerare. Ovviamente, l’esagerazione è dettata dall’amore verso l’altro, ci mancherebbe!
E esageriamo su tutto.
Per un tamponamento tra autovetture a 20 chilometri all’ora, siamo capaci di arrivare a “è vivo per un miracolo”, “u Signuri unni vonzi dannu”. E la notizia più corre e più si ingrandisce. Ognuno vuole metterci un pezzo del suo “amore”.
Alla fine il protagonista del mal di testa, arriva deceduto alla centesima narrazione del malore e pure i protagonisti del tamponamento.
Capita allora che sui malesseri cadi il “giustificato” segreto di famiglia, una sorta di sigillo. Nessuno ne deve parlare, anche perché se la notizia uscisse fuori dalle mura di casa il decesso del congiunto sarebbe assicurato.
Ci vogliamo bene e non vogliamo vedere e sapere delle sofferenze degli altri.
Un indagato lo promoviamo imputato e velocemente lo condanniamo, manco a dirlo, con grande sofferenza da parte nostra. Vogliamo liberarlo dalle sofferenze di una Giustizia, a volte, dai tempi lungi e allora gli scontiamo lo stress dell’attesa. Condannato, messo a muro e fucilato direttamente.
Via la sofferenza, viva l’amore per il prossimo.
Altrove sarebbero stupidi pettegolezzi, maldicenze, ad essere buoni, esagerazioni o enormità, da noi è puro affetto verso l’altro. Ci vogliamo bene.

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