Marcinelle, 69 anni fa la strage che l’Italia non dimentica. Una tragedia europea che costò la vita a 262 minatori, di cui 136 italiani. Oggi si celebra il sacrificio del lavoro italiano nel mondo.
L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone del Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, si consumò una delle più gravi tragedie del lavoro nella storia europea. Un incendio scoppiato alle 8:10 del mattino, alimentato da centinaia di litri di combustibile, intrappolò e uccise 262 minatori. Tra loro, 136 erano italiani, emigrati in cerca di un futuro migliore.
A 69 anni di distanza, l’Italia ricorda quella strage come una ferita aperta nella memoria nazionale. Uomini partiti con la speranza di costruire una vita dignitosa, costretti ad abbandonare la propria terra per lavorare in condizioni estreme, spesso ignorati dalle istituzioni e privati dei diritti fondamentali.
La tragedia di Marcinelle ha segnato profondamente il dopoguerra italiano, diventando il simbolo del sacrificio dei lavoratori emigrati. Proprio in seguito a quell’evento, ventiquattro anni fa è stata istituita la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, che si celebra ogni 8 agosto per rendere omaggio a tutti gli italiani che, con dedizione e umiltà, hanno contribuito allo sviluppo dei Paesi che li hanno accolti.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo messaggio commemorativo, ha espresso cordoglio per le vittime e ha invitato a una riflessione sulle condizioni di lavoro, in Italia e all’estero. «La tutela dei lavoratori, la lotta contro ogni forma di sfruttamento restano un’urgente necessità, che risponde a princìpi di civiltà, a un dovere universale», ha dichiarato, sottolineando come i fenomeni globali — dai cambiamenti climatici ai conflitti — alimentino flussi migratori non volontari, con conseguenze sociali e demografiche che incidono profondamente sulle condizioni di vita e di lavoro.
Marcinelle non è solo una pagina dolorosa della storia italiana, ma un monito permanente: il lavoro deve essere sempre accompagnato da dignità, sicurezza e rispetto. Ricordare significa non dimenticare, ma anche impegnarsi affinché simili tragedie non si ripetano mai più.
DI SEGUITO L’ARTICOLO INTEGRALE A FIRMA DI PINO SCIUME’ GIA’ PUBBLICATO DA QUESTA TESTATA GIORNALISTICA E CHE VI RIPROPONIAMO:
L’ACCORDO ITALO BELGA UOMO-CARBONE
La tragedia di Marcinelle
La stampa definì quel patto come un “vergognoso scambio uomo-carbone”. Ingannati molti meridionali emigrarono in Belgio per cercare il riscatto e trovarono lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, abbandonati dal Governo italiano. Uomini mandati a morire in periodo di pace dalla nascente Repubblica Italiana.
Il 2 giugno 1946, attraverso un referendum costituzionale, l’Italia scelse di diventare una Repubblica, lasciandosi definitivamente alle spalle 85 anni di Monarchia sabauda. Analogamente si votò per un’Assemblea Costituente a cui venne affidato il compito di redigere la Carta Costituzionale che doveva imprimere forma e sostanza alla nuova Italia uscita dal ventennio fascista e dalla disastrosa sconfitta della seconda guerra mondiale.
Fatta questa premessa, riteniamo storicamente e politicamente doveroso ricordare la tragedia di Marcinelle, una località del Belgio a pochi passi dalla cittadina di Charleroi, avvenuta l’8 Agosto del 1956, nella cui miniera di carbone persero la vita per soffocamento ben 262 lavoratori. Di questi, 136 erano italiani.
Qualcuno si chiederà: dove sta il nesso tra la nascita della Repubblica e una tragedia così dolorosa consumatasi a distanza di dieci anni?
Dobbiamo per forza essere i soliti bastian contrari o peggio gli sfascisti di turno?
No, vogliamo solo sforzarci di capire perché l’Italia, tra tutte le nazioni perdenti, non ha saputo utilizzare a pieno il periodo post bellico come momento di riscatto e di orgoglio nazionale, anteponendo interessi di partito o addirittura privati al bene comune. De Gasperi tornò dall’America col famoso “Assegno”, l’Italia fu salvata dal piano Marshall, ma gli Italiani a decine di migliaia furono costretti a cercare lavoro nei paesi europei. Anzi, come nel caso di Marcinelle, si stipularono accordi internazionali per inviare manovalanza in Belgio, in Francia, in Germania, col “miraggio” di trovare una vita felice, ma vergognosamente fuori da casa nostra.
Il Belgio, appunto. Uscito un po’ meno malconcio dal disastro della guerra, non riusciva a trovare la manovalanza necessaria per l’estrazione della materia prima più importante di allora: il carbone. L’allora primo ministro Achille van Acker, per vincere la “bataille du charbon” strinse un accordo a Roma il 23 giugno 1946, ratificato dai rispettivi governi. L’Italia si impegnava a trasferire 50.000 lavoratori al ritmo di 2.000 a settimana e in cambio il Belgio donava allo stato italiano 200 Kg di carbone al giorno.
La stampa definì quel patto come un “vergognoso scambio uomo-carbone”. Ma ci fu dell’altro, non meno scandaloso.
Nelle zone a più alta densità migratoria furono affissi i cosiddetti manifesti rosa, dove si invogliava la gente a trasferirsi in Belgio a lavorare sottoterra in cambio di un ottimo salario sicuro, ferie pagate, assegni familiari e alloggi adeguati anche per i familiari, oltre, udite, udite, la solenne promessa di andare in pensione molto prima del previsto. In seguito si è saputo, dalle testimonianze dei nostri connazionali, che gli adeguati alloggi erano le baracche fatiscenti che i nazisti prima e i russi dopo usarono per i prigionieri di guerra, che nessuno voleva affittare casa agli italiani. I quali, per gli accordi stipulati, dovevano possedere, in sede di visita medica, un fisico da atleta e non superare i 35 anni.
Carne da macello in cambio di carbone. Firmato, distrattamente, da De Gasperi, Nenni, Merzagora, Fanfani.
Alle 8,10 dell’8 agosto 1956, nella miniera di Marcinelle scoppiò un incendio alimentato da 900 litri di combustibile. Morirono 262 persone, 136 italiani. Il processo si concluse nel 1964. Nessuno pagò per quella strage, il tribunale addossò la colpa agli stessi operai.
Le famiglie non furono risarcite, ebbero un simbolico sostegno per seppellire i loro morti. Uomini mandati a morire in periodo di pace dalla nascente Repubblica Italiana.
Pino Sciumè













