Angelo Jay
Agrigento non si racconta in un solo modo.
C’è quella dei templi e delle cartoline, immediata e riconoscibile.
E poi c’è un’altra Agrigento, più silenziosa, che si scopre fermandosi ad ascoltare una terra ricca di cultura, arte e storia, attraversata da voci che non hanno mai smesso di parlare. Tra queste, quella di Luigi Pirandello.
Il mio viaggio parte da qui. Accendo la telecamera e una frase arriva spontanea:
«Se sei in Sicilia, devi venire qui». Non è uno slogan. È un invito a scoprire un territorio che non si limita a conservare il passato, ma lo tiene vivo, rendendolo parte del presente.
Questo dialogo tra passato e presente prende forma in un luogo preciso: la casa natale di Luigi Pirandello.
La Casa: dove il Caos diventa identità.

La casa natale di Pirandello, in contrada Caos, accoglie subito il visitatore in un’esperienza diretta.
Appena si entra, i quadri digitali cambiano forma e accompagnano il percorso raccontando l’opera dello scrittore con linguaggi contemporanei. Qui non si guarda soltanto, si ascolta. La voce dell’attore Leo Gullotta accompagna le parole di Pirandello — «Io dunque sono figlio del caos». Non è una spiegazione, ma un’origine, un modo per entrare nel suo pensiero.

Nelle stanze successive tutto è rimasto com’era: tavoli, sedie, finestre, lettere e scritture.
È un’eredità che aiuta a leggere anche il presente.

Come ricorda la professoressa Carmela Pace, presidente del Centro Nazionale Studi Pirandelliani, di Agrigento
«rappresenta tutto, perché un autore nella sua terra è colui che detta tanti valori per i giovani».
È qui che si comprende perché Pirandello non appartenga solo ai libri di scuola.
Il professor Riccardo Castellana,Università di Siena, lo spiega chiaramente:
«Pirandello non ha soltanto scritto dei capolavori per il suo tempo, ma li ha scritti anche per il nostro… obbliga a confrontarsi con i problemi dell’identità: cioè, chi sono veramente?»
Queste domande, qui, non restano astratte: prendono forma nello spazio.
La stanza delle maschere
C’è poi una stanza che colpisce più delle altre.
È la stanza delle maschere.
Le maschere si muovono lentamente, scorrono una accanto all’altra, si moltiplicano nello spazio. Restano lì, davanti agli occhi,
L’impatto è immediato: tante maschere, pochi volti.
Pirandello non spiega. Lascia una domanda aperta.
Ed è qui che questo luogo smette di parlare solo del passato.
Diventa lo specchio dei nostri tempi,
di un mondo in cui l’apparenza spesso prende il posto della sostanza.

Il Professor Riccardo Castellana, Università di Siena fa una riflessione che colpisce al cuore:
«Il problema più grande di tutti è se c’è davvero, dietro queste maschere che di tanto in tanto indossiamo senza rendercene conto, un volto vero, un volto autentico».
Dal Caos al teatro

Dalla casa natale il percorso prosegue verso il teatro.
Al Palacongressi di Agrigento, in occasione dell’89° anniversario della morte di Pirandello, il pensiero diventa voce e azione.

Qui incontro Gaetano Aronica ,attore Agrigentino:
«Il teatro rappresentò veramente la fuga; i personaggi erano per lui, come scrive lui stesso, vivi e gli facevano compagnia».
Sul palco Pirandello prende forma attraverso chi lo interpreta. Aronica guida ragazzi di età diverse, unendo generazioni lontane in un progetto che dimostra come il teatro resti uno strumento vivo.
Un’eredità che resta
Prima di andare via, mi fermo ancora un istante.
Resto in silenzio, lasciando che le voci trovino spazio da sole.
Chiedo una parola sola per raccontare Pirandello.
Una parola detta senza pensarci troppo, come succede quando qualcosa ha davvero lasciato un segno.
Uomo magico, Genio, Universo, Pirandello.
Parole diverse, ma legate da un filo invisibile.
Ci sono luoghi che non si visitano soltanto: si attraversano.
E quando vai via, ti accorgi che qualcosa è rimasto con te.
«Non è solo una visita… è un’emozione che resta.»
Emozionati guardando il video:











