di CLELIA DI PIETRO
Scrolliamo impassibili con il dito, ci voltiamo dall’altro lato per non guardare. Anche se sulla nostra tavola il cibo non manca mai… anche a Gaza hanno fame.
7 ottobre 2023. A Gaza si è spenta la vita. Il cibo si è fermato. L’acqua. I medicinali. Anche la speranza.
La vita stessa ha smesso di passare da lì: troppi corpi, troppe mine, troppo dolore.
Eppure, i bambini continuano a piangere, le madri si disperano perché non sanno come nutrirli, i padri pregano, ma non sanno più se qualcuno li ascolta davvero. Se esiste ancora un Dio, qualunque sia il suo nome, sta davvero guardando tutto questo?
Dall’altra parte c’è un paese che, nascosto sotto un mantello di vittimismo mediatico, si sente in diritto di ridurre in cenere un popolo intero. E intanto noi, dalla nostra parte graziata del mondo, continuiamo a puntarci il dito contro: “Tizio mi ha mancato di rispetto”, “Caio non è venuto alla comunione di mio nipote, per me è morto.”
Che privilegi, i nostri.
Ma ci siamo mai fermati davvero a pensare alla posizione in cui ci troviamo?
Sì, anche se ci lamentiamo.
Sì, anche se veniamo sfruttati.
La verità è che, ogni mattina, un italiano va a lavorare senza il timore che un aereo lo faccia saltare in aria. E questo, nel mondo di oggi, è già una forma di pace.
È un lusso. È una fortuna. È una responsabilità.
Eppure, la trattiamo come fosse la normalità.
Come se non fosse un privilegio raro, raro quanto un bambino ancora vivo a Gaza.
Ma com’è possibile che un popolo così distrutto —dei morti viventi che ancora camminano, (quelli che rimangono, per lo meno) — sia ancora in attesa di un miracolo? Non di un aereo che porti aiuti, cibo, medicine. Ma di un aereo che dall’alto getti una luce talmente forte da abbagliare tutti, una luce capace di cancellare anni di distruzione.
A Gaza hanno fame, sì.
Ma non solo di cibo.
Hanno fame di speranza. Ed è proprio quella fame, più forte del bisogno fisico, a tenere in piedi un popolo che non ce la fa più. Come un grande albero, scosso da mille venti, che trema… ma ancora non si è piegato.
E noi? Noi possiamo permetterci il silenzio.
A Gaza, invece, il silenzio è tutto ciò che resta.
Un silenzio che cerca, almeno, di cullare i bambini per farli dormire.
E mentre noi possiamo scegliere di non guardare, a Gaza non resta più nulla da cui voltarsi.
Clelia Di Pietro











