mercoledì, 11 Marzo 2026
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    Lo scopo etnoantropologico de “L’Arca di Fewar” di Antonio Patti nella recensione di Giuseppe Macauda

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    La riflessione critica di Giuseppe Macauda su L’Arca di Fewar”– Racconti di animali fantasmatici di Antonio Patti

    Un libro che viene presentato dall’autore come un gioco letterario, ma che in realtà custodisce un progetto culturale profondo. L’Arca di Fewar – Racconti di animali fantasmatici di Antonio Patti, pubblicato postumo dalla casa editrice L’Arca di Noè per espresso desiderio dell’amata moglie Mimma, è molto più di una raccolta di storie fantastiche: è un viaggio nella memoria collettiva di Favara, tra tradizioni popolari, suggestioni mitologiche e rigorose incursioni scientifiche. In occasione della recente presentazione al Castello Chiaramonte, il volume è stato al centro di un’attenta riflessione critica. Nella sua recensione, Giuseppe Macauda evidenzia come i quattordici racconti del medico favarese nascondano uno scopo etnoantropologico preciso: recuperare e valorizzare frammenti di cultura popolare destinati altrimenti a scomparire.
    Creature fantastiche e riferimenti colti
    Antonio Patti costruisce un vero e proprio bestiario contemporaneo, popolato da animali misteriosi e leggendari, abilmente mimetizzati tra le creature già note nell’immaginario locale. Ma dietro l’invenzione narrativa si cela un costante dialogo con la cultura classica e con la biologia. Emblematico è il racconto della “Vipera che allatta”: alla leggenda secondo cui i piccoli, dotati di denti velenosi, ucciderebbero la madre, Patti affianca un riferimento al mito di Oreste narrato da Eschilo, che compie il matricidio per vendicare il padre Agamennone. Un accostamento che innalza il racconto popolare a dimensione tragica. Nello stesso testo, osserva Macauda, emerge la competenza scientifica dell’autore: la creatura avvistata in contrada Ramalìa non avrebbe alcuna collocazione sistematica in zoologia, configurandosi piuttosto come un ipotetico anello di congiunzione fra rettili e mammiferi. Un’analoga operazione si ritrova nel racconto “La guìsina”, dove la credenza secondo cui da un crine di cavallo possa nascere una biscia viene analizzata attraverso il concetto biologico di filogenesi. Patti spiega l’impossibilità di una regressione evolutiva in natura, coniugando così leggenda e razionalità.
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    Ironia e critica del presente
    Non manca l’ironia. In racconti come “La scaffa” e “Il Mostro del Castello”, Patti immagina batteri che si nutrono di bitume – provocando una sorta di “carie stradale” – o un mostro-custode dalle sembianze femminili incapace di proteggere il Castello dalle intemperie e dal cemento. Il sorriso, però, si accompagna sempre a una velata critica del degrado e dell’incuria. Il volume si arricchisce inoltre di richiami alla simbologia antica: lo scarabeo, prima di essere protagonista di una leggenda locale come scopritore dei filoni di zolfo, viene ricordato come animale sacro nella cosmologia dell’antico Egitto.
    I mostri interiori
    Nelle pagine finali, Patti offre una chiave interpretativa che amplia ulteriormente l’orizzonte dell’opera. Gli animali fantastici creati dai favaresi – così come quelli generati in ogni cultura – sono immagini fantasmatiche sfuggite al controllo dell’“io razionale”, incarnazioni di paure ancestrali. Il pensiero richiama i celebri versi di Konstantinos Kavafis in Itaca, dove Ciclopi e Lestrigoni non esistono se non li portiamo dentro di noi. I mostri, suggerisce Patti, abitano prima la mente che i luoghi.
    Un messaggio etico attuale
    Particolarmente significativa, come sottolinea Macauda, è la postfazione, in cui l’autore propone un geniale parallelismo tra la perdita di biodiversità e l’inaridimento della fantasia popolare. L’impoverimento biologico si accompagna a quello culturale: stiamo perdendo specie viventi, ma anche storie, simboli, immaginari. Con L’Arca di Fewar, Antonio Patti consegna alla sua comunità un’opera originale e preziosa, capace di intrecciare scienza e mito, ironia e riflessione, memoria e responsabilità civile. Un libro che diverte e fa pensare, invitando a custodire tanto la natura quanto la cultura. Prima che sia troppo tardi.

     

     

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