lunedì, 20 Aprile 2026
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    La riflessione di Don Maurizio Mangione ai piedi di Cristo crocifisso

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    Il silenzio che interroga e la Croce che accoglie: la riflessione di Don Maurizio Mangione ai piedi di Cristo crocifisso

    Nel cuore delle celebrazioni del Venerdì Santo, Don Maurizio Mangione ha offero una meditazione profonda sul mistero del Calvario. Tra assenze pesanti e presenze silenziose, un invito a riscoprire l’attualità dei protagonisti della Passione nelle sfide del mondo moderno.

     

    Il crepuscolo del Venerdì Santo porta con sé un silenzio carico di attesa e di dolore. Ai piedi della Croce, la comunità si ritrova nel momento della Deposizione, un rito che non è solo memoria storica, ma specchio della condizione umana.

    Don Maurizio Mangione, nel suo accorato messaggio ai fedeli, ha tracciato un parallelo potente tra le figure del Vangelo e la società contemporanea, trasformando il Calvario in un luogo di introspezione collettiva.

    Il punto di partenza è l’antinomia della Croce: un momento di morte che diventa la massima espressione della vita. “L’amore vero è quello che sa donarsi,” ricorda Don Maurizio, citando il mandato evangelico del dare la vita per i propri amici. La numerosa presenza dei fedeli al Calvario non è solo tradizione, ma un gesto di “consolazione” verso un Dio che si è fatto prossimo fino all’estremo sacrificio.

    L’analisi di Don Maurizio si sofferma sui personaggi che hanno popolato quel momento tragico. Da una parte le presenze: Maria, la Madre che offre il suo dolore; Giovanni, l’apostolo fedele perché innamorato; e le pie donne, custodi silenziose della sofferenza. Dall’altra, le assenze: il vuoto lasciato dagli apostoli, da Pietro e da coloro che avevano promesso fedeltà eterna ma che, di fronte al dramma, si sono dileguati.

    Emergono però figure inaspettate dalla “classe colta” di Israele: Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo. Il primo offre un sepolcro nuovo, segno di profondo rispetto; il secondo porta una quantità regale (cento libbre corrispondenti a 30 chili) di aromi. È l’omaggio di chi, pur nell’ombra, ha saputo riconoscere la dignità di quel corpo martoriato.

    La parte più incisiva della riflessione è l’attualizzazione dei ruoli evangelici nella vita quotidiana.
    Don Maurizio pone una domanda diretta a ogni fedele: Con quale di questi personaggi mi identifico oggi?
    Le Marie e i Giovanni: Sono le mamme che piangono per i figli persi non solo fisicamente, ma nei labirinti della droga, dell’alcol o della solitudine. Sono i medici, gli infermieri e i volontari che accudiscono gli anziani e gli ammalati, testimoni di un amore che non abbandona nelle difficoltà. I “Pietro” del nostro tempo: Don Maurizio non fa sconti. Ci invita a riconoscerci in quegli apostoli che scappano quando il dovere si fa gravoso. Sono i figli che dimenticano i genitori, i cristiani “da registro” che cercano Dio solo nel bisogno, o i ministri della Chiesa che si tirano indietro di fronte alle sfide.

    Nonostante il realismo del dolore — definito come “una vera morte e un vero silenzio” — la riflessione del sacerdote non si chiude di certo nella disperazione. La deposizione è descritta come l’accoglienza della sofferenza da parte della Chiesa, chiamata però a traghettarla verso la “vita vera”.

    Non ci viene consegnato un corpo morto su cui piangere e basta, ma un’attesa che si farà certezza: Lui risorge e con lui, chi crede in Lui.”

    In conclusione, Don Maurizio ha elevato una preghiera per chiedere la forza di restare: una supplica per i forti che vacillano e per i deboli che scivolano. L’invito finale è quello di saper “scomparire e morire come il chicco di grano”, fiduciosi nella promessa che ha cambiato la storia: «Non abbiate paura! Io ho vinto il mondo».
    In un mondo che corre e che spesso evita lo sguardo della sofferenza, la riflessione del sacerdote ci riporta all’essenziale: la fede non è un rifugio dal dolore, ma la forza per attraversarlo, certi che il silenzio del sepolcro è solo il preludio all’alba della Risurrezione.

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