Favara, l’Addolorata e il Cristo Morto: il commovente “Discorso della Spartenza” di don Nino Gulli pregno della speranza di un’alba imminente
FAVARA – Il silenzio di Piazza Cavour è stato rotto ieri sera solo dai rintocchi della memoria e dalle parole cariche di umanità di don Nino Gulli. Affacciato al balcone della biblioteca comunale,

davanti a una folla di fedeli raccolta in un raccoglimento, l’arciprete ha pronunciato il tradizionale “Discorso della Spartenza” il momento in cui l’Addolorata si separa dal corpo esanime del Figlio al termine della processione del Venerdì Santo curata dalla Confraternita della Santa Croce del Calvario.
Un rito, quello dell’omelia finale in piazza, che a Favara si ripete da generazioni, ma che quest’anno ha saputo toccare le corde più profonde delle sofferenze quotidiane.
Don Nino ha esordito definendo questo distacco non come una semplice fine liturgica, ma come il “culmine di un amore”. L’immagine di Maria che lascia andare il corpo di Gesù è stata proposta come lo specchio dei tanti distacchi che lacerano la vita degli uomini: le perdite, le malattie, i fallimenti.
“Maria non urla contro Dio. Non si ribella. Non trattiene il corpo del Figlio come se volesse fermare la storia. Lo consegna.”
In questo passaggio, il parroco ha sottolineato la differenza tra la rassegnazione passiva e l’abbandono fiducioso, invitando i presenti a non fuggire dalla realtà del dolore, ma ad attraversarla con la “fede nuda” della Vergine.

L’omelia ha trovato il suo momento più alto quando don Nino ha rivolto lo sguardo alla comunità favarese e alle sue piaghe aperte. Ha parlato delle famiglie che vivono un “Venerdì Santo silenzioso“, che portano croci che non hanno scelto, devastate da malattie che arrivano all’improvviso, da incomprensioni, speranze deluse, dal peso del lavoro che manca…
“Sotto la croce nasce una nuova famiglia”, ha ricordato don Nino.

L’arciprete non ha citato testualmente un passo biblico, ma la sua affermazione è l’interpretazione teologica del momento in cui Gesù, sulla croce, affida Maria a Giovanni e Giovanni a Maria e trasforma il dolore in relazione.
All’evidenza una rilettura profonda del passo del Vangelo di Giovanni (Gv 19, 25-27) che permette a Don Nino di “scolpire” un concetto: la sofferenza, se condivisa, genera una nuova forma di appartenenza.
“Sotto la croce nasce una nuova famiglia: Gesù affida il discepolo a Maria e Maria al discepolo”. È come se dicesse: nel dolore non chiudetevi, diventate dono gli uni per gli altri.
Don Nino analizza il momento della “Spartenza” interpretandolo non come un addio, ma come molto di più di questo. Come superamento dell’isolamento: il dolore tende a isolare l’individuo. Don Nino sottolinea che Gesù, proprio nel culmine della sua passione, si preoccupa di “creare legami”. Affidando la Madre al discepolo, trasforma un lutto privato in una responsabilità comunitaria. Maria non è più solo la madre di Gesù, ma diventa la madre del “discepolo”, e dunque di ogni credente. Questo atto fondativo è ciò che il sacerdote definisce “nuova famiglia”: una comunità che non è legata dal sangue, ma dalla fedeltà sotto la croce.
L’omelia traduce questo passaggio teologico in un invito pratico per la comunità di Favara a “non chiudersi”, ma a riconoscersi fratelli nel medesimo Venerdì Santo.
Per don Nino, la separazione fisica tra le statue in piazza è il paradosso che annuncia un’unione più profonda: Maria torna “sola”, ma porta in sé tutta l’umanità che le è stata affidata, diventando il perno di una famiglia che non conosce più solitudine.
Don Nino ha, in ultimo, lasciato alla folla un messaggio di speranza: ”il Venerdì Santo non è il giorno delle spiegazioni, ma del silenzio fecondo”.
“Il sepolcro è chiuso, ma non è l’ultima parola”, ha concluso con fermezza. Un monito che ha trasformato la tristezza della “spartenza” nella certezza di un’alba imminente, invitando ogni fedele a consegnare al Padre le proprie paure, certi che, proprio come nel grembo della terra, anche nel buio del dolore sta maturando la luce della Risurrezione.












